Non siamo solo scienza. Pensateci prima di indossare il camice. Siamo uomini, mamme, figli, ricordiamoci che non siamo solo scienza.

Il Dottor Angelo Bianco, chirurgo generale originario della Calabria e che da vent’anni lavora all’Ospedale Civile Sant’Andrea di La Spezia, ha condiviso una riflessione sulla condizione dei pazienti ricoverati in ospedale, in particolare dei soggetti più anziani. Sottolinea l’importanza dell’umanizzazione delle cure, che può evitare i sintomi psicologici della cosiddetta “sindrome da allettamento”.

Sono stato una volta soltanto dall’altra parte della linea gialla, oltre la quale sei un numero, una malattia. Ero uno studente di medicina, ero ricoverato in dermatologia, ero lo Zoster, il tre, non avevo un nome.
Accanto al mio letto, c’era un paziente oncologico terminale, ci divideva un separè posticcio e la mia paura, ma non ci dividerà mai il ricordo. Sono stato solo tre giorni, ma non avrei sopportato il quarto. Mai più ancora le luci accese al mattino che era ancora buio e spente quando gli occhi erano ancora accesi, i campanelli che suonavano come un orchestra ininterrotta e stonata, il brodo senza alcun sapore, mai più un altro giorno sempre uguale. C’è un ricordo oltre ogni altro.
«Paolaaaa!», era il grido di quelle notti. Era una nonnina che io, ingenuo, credevo avesse paura del buio e chiamava senza sosta chi non ho mai saputo chi fosse. Ho imparato, poi, indossando il camice, che la notte, il dolore, il silenzio, la solitudine, la stanza sconosciuta ti riportano bambino e non c’è più Paola a tenere la tua mano, a coccolare il tuo sogno. Tutto diventa un incubo.

L’altro ieri quando sono entrato nel mio reparto, ho sentito lo stesso grido: «Paolaaa!». Mi sono fermato, ho chiesto alla prima infermiera, “è tutta la notte che la chiama”. Succede così in ogni corsia, si chiama sindrome da allettamento. È straziante. Nessun anziano deve essere privato del suo letto, della sua stanza, della sua casa per tanto tempo. Per loro è necessario conservare i riferimenti di tutti i giorni, è la loro linea gialla che li separa dal disorientamento, dalla confusione, dalla paura, dagli incubi.
Fare il medico in ospedale è faticoso. Non basta una laurea per essere capaci di distinguere il male dal male  [secondo il Dr. Bianco è qualità propria del medico distinguere il male dal male, ndr], serve sempre ricordare cos’è quella linea gialla. Serve comprensione, tolleranza, pazienza, disponibilità ad ascoltare il lamento, la richiesta di aiuto senza mai confonderlo con il capriccio, la pretesa.
Io non ho conosciuto Paola da malato, da Zoster, da numero tre. Ero da solo, i genitori lontani, la paura del male, ma avevo i miei libri e una ragione capace dei miei anni.
Mimmo è un mio amico fraterno, è un medico, è un primario. Ogni suo paziente gli è riconoscente per scienza e umanità, è stato operato, è andato oltre la linea gialla, ha sofferto il suo letto, la sua dipendenza dal campanello, dal dolore che non cessava. È ritornato in corsia, adesso non gli basta più occuparsi dei suoi pazienti come prima, “adesso, io mi fermo a dargli da mangiare, adesso io pretendo che al primo squillo di campanello si corra da loro perché io non immaginavo cosa fosse davvero la sofferenza, cosa fosse davvero il dolore”.

L’altra mattina mi sono fermato sulla porta della stanza e gli occhi sperduti della nonnina mi hanno ricordato una volta di più quanta sofferenza è un letto di un ospedale quando gli anni non sono più capaci di parlare alla tua ragione e quanto è impossibile sopportare l’assenza di Paola.
Io posso solo fare il medico e provare a distinguere il male dal male, ma è la linea gialla che distingue l’uomo e l’umanità dal paziente e dal dolore. Pensateci prima di entrare in una stanza di una corsia, quando sentite il lamento. Non è mai un capriccio o una pretesa. Pensiamoci quando spegniamo le luci del nostro studio e corriamo dai nostri figli o dai nostri papà che ci aspettano a casa.
Pensiamoci prima di oltrepassare quella linea.

Fonte: Bianco A. Profilo personale Facebook Angelo Bianco. 30 settembre 2021

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